Le parole nascono per raccontare ciò che abbiamo vagamente intuito degli innumerevoli misteri della vita. Così alla parola prima, “Dio”, applichiamo istintivamente l’attributo di “Padre”. Del resto questa è la prima forte affermazione della nostra fede: “Credo in Dio Padre onnipotente, creatore…”.
La radice di questa parola che è strettamente legata alla storia del mondo, deriva dalla radice sanscrita “pa” usata fin dall’antichità per dire “bisogno di protezione, nutrizione, custodia, desiderio di sopravvivenza”; nella nostra lingua questa radice è conservata nella parola “pane”. Il Padre è colui che ha generato figli con il preciso compito di provvedere alla loro sussistenza, è lui il vero “pane” della famiglia. Per questo si parla di “patrimonio”, o di Pastore, di pascere e, come conseguenza, di “pace”. Gesù è venuto a rivelarci la paterna-maternità di Dio e, per mantenere vivo questo concetto di valore assoluto, in Gesù si è fatto “pane” per noi; è Lui dunque la nostra pace.
La parola Padre assume una quantità impensabile di sfumature e di significati dato che si tratta di una parola che sta all’origine della storia. La paternità di Dio riassume in sé tutte le caratteristiche che dovrebbero riflettersi anche in ogni padre terreno: affetto, tenerezza, fermezza, guida sicura, capacità di accoglienza e di perdono, rispetto della libertà di ognuno.
Questo Dio è, insomma, il genitore che continua a rigenerarci nell’amore.
Sappiamo che l’idea di Dio ha subito nel tempo una lenta evoluzione, a causa dell’incapacità umana di cogliere il trascendente.
Si capisce allora perché la visione del Padre, nell’Antico Testamento, risponde alla visione umana della paternità, intesa come potere legalizzato, come dominio indiscusso, sopraffazione, castigo, e magari come uso della forza e della violenza. Dunque, potenza e gloria che distrugge, dato che gli uomini hanno dimenticato di essere figli e fratelli, perciò Dio sarà Padre-padrone; non hanno capito ciò che Gesù, finalmente, ci ha insegnato usando la parola Abbà.
Papà è la traduzione del termine aramaico; contiene l’infinita tenerezza di Dio per noi e fonda una relazione figliale simile al rapporto meraviglioso di un bambino con il suo Papà. In questa preghiera, afferma papa Ratzinger, “si trova il luogo interiore, più profondo, della nostra unità. Diventeremo una sola cosa, se ci lasceremo attirare dentro tale preghiera.”
Questa visione è molto lontana dal pensiero che troviamo in alcuni passi della Scrittura Antica.
L’idea di Dio si evolve nel tempo e giunge alla perfezione solo nella piena rivelazione che ci dà il Figlio quando lo chiama Papà.
Noi, discepoli del Signore, sorridiamo leggendo, nel cantico di Isaia: “Il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore; grida, lancia urla di guerra, si mostra forte contro i suoi nemici” (Is 42,10-16).
Si tratta evidentemente di un linguaggio umano che attribuisce a Dio il nostro modo di pensare e di essere, quasi fossimo noi a dover insegnare a Dio…

In questo mondo, che giustamente dopo una lunga, drammatica storia, rifiuta l’idea di Padrone, ora, per la distorta visione di Dio, siamo rimasti senza Padre. Per noi non c’è più né pastore, né recinto, né guida, né protezione. Andiamo vagando come pecore sperdute, accecati dall’invidia, umiliati dalla corruzione, abbruttiti dall’odio. Non abbiamo ancora capito che il nostro Dio è un Padre-Papà che si dona gratuitamente, che ama per amare, non per possedere.

Questa parola “Abbà” è da contemplare a lungo, senza limiti di tempo; la sua profondità è racchiusa mirabilmente nella preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato: Papà nostro.
Il Papà rispetta sempre la tua libertà di figlio, non forza le tue decisioni.
Il Papà ti aspetta lì, sulla soglia di casa, ti vede da lontano.
Il Papà, se decidi di tornare, ti corre incontro, ti abbraccia, ti perdona.
Il Papà ti mette l’anello al dito, non dimentica che sei suo figlio.
Il Papà organizza per te una incredibile festa nuziale, al tuo ritorno.
Per te ha preparato il Regno.