La parola: Figlio

Figlio è un’altra parola antica, primordiale, che emerge nel processo iniziale della vita. Il Padre dà la vita al figlio e la meraviglia e la gioia si rinnova nel mondo.
L’etimologia di questa parola tende a disegnare ciò che vediamo, affascinati, all’inizio di una vita: un bimbo che succhia il latte materno.

Dal latino FILIUS che riporta la radice sanscrita FEL di fellare, cioè “suggere”, “succhiare”, gesto tipico del “poppante”.
Tutti noi che siamo figli abbiamo vissuto questo momento di beatitudine e di inebriante amore.
Come avrebbe potuto Dio, rivelarsi a noi, se non sfruttando il simbolismo di ciò che vediamo ogni qual volta nasce al mondo una vita?
Il FIGLIO di cui parliamo proviene da una paterna-maternità che sfugge alla nostra capacità di intendere e che però ha le stesse caratteristiche di ciò che, in parte e in modo diverso, ciascuno di noi ha sperimentato.
Tutto questo, per restare nel simbolo, perché la realtà è infinitamente più stupefacente, grandiosa e indescrivibile. Questo Figlio, che si chiama Gesù, è da sempre nato dalla stessa sostanza del Padre, generato da Lui, non creato. Se dunque Dio esiste da sempre, il Figlio è da sempre generato in Dio. Chi nasce dalla natura di Dio, dalla sua sostanza, è logicamente, a sua volta, Dio.
Dio, solo per rivelarsi a noi, si è rivestito di un’altra natura, la natura umana, nascendo da donna.
Il Figlio-Dio si è nutrito, se così si può dire, del “latte dell’amore” del Padre-Dio; ha “succhiato” il suo amore vitale.
Il Figlio-Dio si presenta nella storia del mondo come Logos-Verbum-Parola, cioè come la realtà che intende stabilire comunicazione con noi; il Logos-Amore, che è l’essenza della divinità, cerca risposte d’amore. Possiamo rispondere all’amore solo se ci nutriamo della Parola.
S.Pietro nella sua prima lettera esorta i cristiani dicendo: “bramate il latte logico”, cioè il latte del Logos-Parola che è il Figlio.
Il Figlio ci ha rivelato il Padre e ci ha fatto capire che tra loro scorre un’onda d’amore infinito. Amore è la parola che spiega il valore della persona umana e che precisa il valore del mondo. Il Figlio-Dio, diventato uomo, ci ha comunicato questo amore folle che si manifesta incredibilmente nella croce del Signore.
Il mistero è descritto mirabilmente nella lettera di S. Paolo ai Filippesi (2,6-11):

“Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la natura di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.”

La risurrezione è conseguente alla morte, in modo che non vi può essere risurrezione se prima non c’è morte. Noi siamo destinati alla vita, alla risurrezione, ma non possiamo evitare l’incontro quotidiano con la morte.

Dio si manifesta come Padre che genera il Figlio, la Parola. Dal Vangelo sappiamo che il Figlio fa quello che il Padre fa; il Figlio assomiglia perfettamente al Padre, sono una sola cosa. Del Padre si dice “Exinanivit” cioè “svuotò se stesso facendosi servo”; altrettanto fece il Figlio-servo, che si lasciò consegnare alla morte.

Papa Benedetto XVI commenta:
“La teologia della Croce non è una teoria, è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Cristo, vivere la verità e l’amore implica rinunce ogni giorno, implica sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce da Lui… -e in riferimento alla lettera ai Romani 8,18-23- Papa Ratzinger conclude: come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell’attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione” (cfr “La gioia della fede” pag 55).

Se il Figlio-Dio, fattosi umanità, vince perché è Dio, anche coloro che vivono la parola del Figlio-Dio vinceranno perché coinvolti dalla sua divinità che li fa eredi e tra di loro fratelli. Questa è la gioiosa notizia:
“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,9-11).

E sarà un mondo nuovo.

 

 p. Domenico Damini ofm

 

 

 

Parole di Luce – La parola: Padre

Le parole nascono per raccontare ciò che abbiamo vagamente intuito degli innumerevoli misteri della vita. Così alla parola prima, “Dio”, applichiamo istintivamente l’attributo di “Padre”. Del resto questa è la prima forte affermazione della nostra fede: “Credo in Dio Padre onnipotente, creatore…”.
La radice di questa parola che è strettamente legata alla storia del mondo, deriva dalla radice sanscrita “pa” usata fin dall’antichità per dire “bisogno di protezione, nutrizione, custodia, desiderio di sopravvivenza”; nella nostra lingua questa radice è conservata nella parola “pane”. Il Padre è colui che ha generato figli con il preciso compito di provvedere alla loro sussistenza, è lui il vero “pane” della famiglia. Per questo si parla di “patrimonio”, o di Pastore, di pascere e, come conseguenza, di “pace”. Gesù è venuto a rivelarci la paterna-maternità di Dio e, per mantenere vivo questo concetto di valore assoluto, in Gesù si è fatto “pane” per noi; è Lui dunque la nostra pace.
La parola Padre assume una quantità impensabile di sfumature e di significati dato che si tratta di una parola che sta all’origine della storia. La paternità di Dio riassume in sé tutte le caratteristiche che dovrebbero riflettersi anche in ogni padre terreno: affetto, tenerezza, fermezza, guida sicura, capacità di accoglienza e di perdono, rispetto della libertà di ognuno.
Questo Dio è, insomma, il genitore che continua a rigenerarci nell’amore.
Sappiamo che l’idea di Dio ha subito nel tempo una lenta evoluzione, a causa dell’incapacità umana di cogliere il trascendente.
Si capisce allora perché la visione del Padre, nell’Antico Testamento, risponde alla visione umana della paternità, intesa come potere legalizzato, come dominio indiscusso, sopraffazione, castigo, e magari come uso della forza e della violenza. Dunque, potenza e gloria che distrugge, dato che gli uomini hanno dimenticato di essere figli e fratelli, perciò Dio sarà Padre-padrone; non hanno capito ciò che Gesù, finalmente, ci ha insegnato usando la parola Abbà.
Papà è la traduzione del termine aramaico; contiene l’infinita tenerezza di Dio per noi e fonda una relazione figliale simile al rapporto meraviglioso di un bambino con il suo Papà. In questa preghiera, afferma papa Ratzinger, “si trova il luogo interiore, più profondo, della nostra unità. Diventeremo una sola cosa, se ci lasceremo attirare dentro tale preghiera.”
Questa visione è molto lontana dal pensiero che troviamo in alcuni passi della Scrittura Antica.
L’idea di Dio si evolve nel tempo e giunge alla perfezione solo nella piena rivelazione che ci dà il Figlio quando lo chiama Papà.
Noi, discepoli del Signore, sorridiamo leggendo, nel cantico di Isaia: “Il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore; grida, lancia urla di guerra, si mostra forte contro i suoi nemici” (Is 42,10-16).
Si tratta evidentemente di un linguaggio umano che attribuisce a Dio il nostro modo di pensare e di essere, quasi fossimo noi a dover insegnare a Dio…

In questo mondo, che giustamente dopo una lunga, drammatica storia, rifiuta l’idea di Padrone, ora, per la distorta visione di Dio, siamo rimasti senza Padre. Per noi non c’è più né pastore, né recinto, né guida, né protezione. Andiamo vagando come pecore sperdute, accecati dall’invidia, umiliati dalla corruzione, abbruttiti dall’odio. Non abbiamo ancora capito che il nostro Dio è un Padre-Papà che si dona gratuitamente, che ama per amare, non per possedere.

Questa parola “Abbà” è da contemplare a lungo, senza limiti di tempo; la sua profondità è racchiusa mirabilmente nella preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato: Papà nostro.
Il Papà rispetta sempre la tua libertà di figlio, non forza le tue decisioni.
Il Papà ti aspetta lì, sulla soglia di casa, ti vede da lontano.
Il Papà, se decidi di tornare, ti corre incontro, ti abbraccia, ti perdona.
Il Papà ti mette l’anello al dito, non dimentica che sei suo figlio.
Il Papà organizza per te una incredibile festa nuziale, al tuo ritorno.
Per te ha preparato il Regno.

 

Parole di Luce – La parola: Dio

In questa nuova rubrica, che abbiamo intitolata “Sentieri di luce”, vogliamo proporre momenti di ricerca sui significati della nostra storia e sulla storia del mondo. Eviteremo la difficile ricerca teologica, per dare una particolare, e speriamo semplice attenzione, ai significati profondi contenuti in parole molto usate nell’esprimere e vivere la nostra fede.

Così, ad esempio, forse non abbiamo riflettuto abbastanza sul significato della parola prima, da cui deriva ogni vita: la parola Dio.

È da qui che parte una riflessione fondamentale per tutte le persone che hanno cercato e che tutt’ora cercano. Da che esiste il mondo l’umanità vuole conoscere il perché di una storia meravigliosa, sorprendente, stupefacente e nello stesso tempo problematica, contradditoria e talvolta assurda.

Tutto ciò che possiamo realisticamente constatare e documentare ha avuto un inizio… ma, che cosa c’era prima dell’inizio?

Giovanni, l’evangelista, afferma solennemente nel primo versetto del suo Vangelo: In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.” 

Questo nome, “Dio”, appartiene all’umanità di tutti i tempi e non sarà mai ultimato il nostro cercare per meglio capire.

Non possiamo parlare del “prima” senza usare i mezzi che abbiamo ”ora”.

Tentiamo dunque di parafrasare la sintesi perfetta di Giovanni, trascrivendo: “In principio era la comunicazione piena”; è questo il significato del termine “Logos” usato nel testo greco e tradotto in latino con “Verbum”; il Logos vuole comunicare con noi, uniche creature in grado di rispondere liberamente in un dialogo vitale d’amore. L’evangelista Giovanni usa un termine che esprime un’intuizione propria di tutte le culture, fin dall’inizio della storia; indica la divinità come origine di tutto ciò che esiste.

Dio, ecco la parola che ci interessa.

La parola deriva dalla radice etimologica ariana div”collegata all’analogo significato del sanscrito dyáuh”- che indica luce, la realtà che splende, che illumina, che permette di capire. Da cui il latino “Deus” = Dio e “dies” = giorno, cioè il tempo caratterizzato dalla luce. In definitiva Dio è Colui che illumina il creato, gli dona forma ed esistenza. Dio-Luce è il senso e il perché di tutto ciò che esiste.

Quando nell’oscura notte del nulla risuona la voce del Logos-Verbum-Parola, si accende la luce della vita: «Dio disse “Sia la luce!” E la luce fu» (Gen 1,3 -primo libro della Scrittura-)… La conclusione di questa misteriosa e meravigliosa storia sarà segnata ancora dall’apparire glorioso di Lui, ultima e definitiva parola di Luce: «Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,5 -ultimo libro della Scrittura-).

La nostra vocazione-missione deriva perciò dal fatto che noi siamo nati dalla Luce e siamo chiamati ad essere luce, come afferma Gesù stesso: “Voi siete la luce del mondo (Mt 5,13-16).

 

p. Domenico Damini ofm